Intervista a Franco Bomprezzi

Franco BomprezziIntervista a Franco Bomprezzi, giornalista per il Corriere della Sera (scrive sul blog “InVisibili“) e per il magazine non profit “Vita”. Portavoce di Ledha, la Lega per i diritti delle persone con disabilità, Bomprezzi è anche direttore responsabile del portale Superando.it 

 

Ad Aprile dello scorso anno, aveva rinunciato all’incarico di consulente del Comune di Milano sui temi della disabilità. Perché adesso ha deciso di candidarsi?

Avevo rinunciato perché il mio ruolo di consulente esterno non consentiva, nel concreto, una piena assunzione di responsabilità a tutto campo, sui temi che mi stanno a cuore. La macchina amministrativa è complessa e richiede tempo pieno, un mandato preciso, una strumentazione adeguata all’incarico. Non c’erano e non ci sono ragioni di dissenso rispetto all’operato dell’amministrazione milanese. Tanto che adesso, in realtà, sono spesso impegnato in campagna elettorale proprio assieme all’assessore al welfare, Pierfrancesco Majorino. La rinuncia è stata un atto di responsabilità, così come adesso la candidatura per il consiglio Regionale appartiene alla medesima logica: se sarò eletto potrò a tutti gli effetti svolgere un ruolo istituzionale chiaro e autorevole, forte del consenso dei cittadini. E lo farò molto volentieri.

Quali dovrebbero essere le priorità del prossimo governo nel welfare?

Rimettere ordine nella spesa sociale, distinguendo correttamente gli interventi per le persone non autosufficienti in quanto in età avanzata (gli anziani) dagli interventi in favore delle persone con disabilità. Si tratta di due situazioni che solo negli effetti pratici, a volte, coincidono, ma che in realtà implicano scelte diverse, sia in termini di politica della salute, che di investimento sul progetto di vita personale. Il fondo per la non autosufficienza, ad esempio, non deve essere legato a una patologia, ma a una condizione della persona, indipendentemente dalla patologia. In questo senso occorrono finanziamenti più consistenti, riprendendo quanto era stato fatto dai governi di centrosinistra, prima che venisse completamente smantellato il sostegno al fondo sociale e al fondo per la non autosufficienza. Una demolizione sistematica iniziata con Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti e continuata con Mario Monti.

Sul tema dell’integrazione e dei diritti qual è la situazione nel nostro Paese?

Abbiamo una legislazione eccellente, invidiata nel mondo, specie per quanto riguarda l’inclusione scolastica, ma anche per il lavoro. Solo che le leggi non funzionano, e stiamo assistendo a un sostanziale arretramento rispetto a quanto avevamo faticosamente ottenuto anni fa. L’approvazione della Convenzione Onu, per quanto importante dal punto di vista simbolico e istituzionale, non si è ancora tradotta in iniziative coerenti e concrete di controllo della qualità e della appropriatezza degli interventi normativi.

Quando e dove è più difficile la vita di un disabile in Italia?

La vita di una persona con disabilità è più difficile oggi per il semplice motivo che è difficile per tutti, per i giovani, per gli adulti in cerca di lavoro, per gli anziani alle prese con una crescente povertà. Nella condizione di disabilità però si aggiungono enormi sperequazioni territoriali, nel nostro Paese. Non è la stessa cosa vivere in Lombardia piuttosto che in Calabria, in una grande città come Milano piuttosto che in paesino di montagna. E’ difficile in queste condizioni garantire i famosi “livelli essenziali” che la Costituzione, anche riformata in senso federalista, prevede come omogenei su tutto il territorio nazionale. Non a caso dei Liveas e dei Lea si parla senza metterli concretamente in azione.

Inclusione sociale lontana e ancora tanti tabù legati alla disabilità

Certo, anche se io preferirei si avesse uno sguardo lungo, con una memoria storica più attenta. Non siamo sempre all’anno zero. Ora abbiamo bisogno di riprendere in mano il presente e un’idea di futuro, ma alle spalle abbiamo molte battaglie vinte, molti traguardi raggiunti. Il tabù fondamentale è rappresentato dallo stigma sociale, dal pregiudizio che si accompagna alla disabilità, sia fisica che sensoriale o ancor più intellettiva e relazionale. C’è ancora troppa ignoranza, che genera diffidenza oppure pietismo e solidarietà generica, non processi di inclusione alla pari, che consentirebbero di affiancare ai diritti anche un bel pacchetto di doveri, come cittadini a tutto tondo.

È solo un problema di leggi o si avverte la mancanza di una cultura educativa?

L’ho appena detto. C’è bisogno di ribaltare la cultura sottosopra. Il modello imperante è quello dell’estetica, dell’efficienza, della prestazione, della velocità, del primeggiare, non del partecipare. C’è tantissimo da fare e occorrono alleanze con altri mondi, non possiamo rimanere nella nostra nicchia, alquanto protettiva, ma a volte incapace di fornirci strumenti di difesa adeguati.

Un esempio concreto di come le nuove tecnologie potrebbero accelerare l’integrazione.

La diffusione di strumenti smart di comunicazione è fondamentale per consentire un uso condiviso delle tecnologie da parte di persone con disabilità e di persone senza handicap. Lo smisurato mondo delle app, ad esempio, ha margini di sviluppo enormi e in larga misura inesplorati. Le tecnologie assistive tradizionali hanno bisogno forse di un ripensamento, e di prevedere per tempo l’impatto di nuovi strumenti immateriali di comunicazione e di produzione di beni e di servizi per tutti.

Lei è giornalista. L’atteggiamento dei mass media nei confronti della disabilità è cambiato nel tempo?

Sì, è cambiato, e non poco. Ma ancora non basta. C’è sempre un atteggiamento che ci separa dal fiume dell’informazione generalista. Il cosiddetto “mainstreaming”, di cui tanti si parla nei convegni, nella realtà ancora non si vede se non a tratti. Credo che la mia esperienza di blogger del Corriere della Sera e di Vita sia tuttora uno dei pochi esempi concreti di giornalismo non di settore, e i frutti si vedono, ma io vorrei che ci fossero molti altri colleghi, più giovani e più bravi di me, a dimostrare che si può fare ottima informazione anche in presenza di una disabilità, o semplicemente occupandosene con competenza e professionalità.

Dove e come, invece, si parla di disabilità in rete?

In rete la disabilità si sta affrancando dall’isolamento anche se ho la sensazione (spero di sbagliarmi) che nel grande mare del web si rimanga comunque ancorati alla nicchia di settore, o iperspecialistica, oppure di community esclusiva, con la conseguenza che il mondo dei cosiddetti “normali” anche in Rete fa fatica a incrociare i nostri sguardi, le nostre persone, le nostre idee.

Proprio in rete è stata lanciata una petizione per consentire alle persone con disabilità di avere una vita relazionale completa. Cosa ne pensa? 

Non posso che condividere l’idea e lo spirito di questa petizione, anche se si tratta di un campo nel quale difficilmente si possono trovare soluzioni idonee per tutti. Imporre l’amore è impossibile, mentre una piena sessualità è realizzabile a patto che ci siano le condizioni ideali e non soltanto una normativa di legge. Nel mezzo ci sono tutte le sfumature delle nostre vite, delle nostre speranze, ma anche delle nostre delusioni. La ragionevolezza, criterio seguito ad esempio negli Usa in tutta la legislazione sulla disabilità, ci dovrebbe consigliare di approfondire attentamente questo argomento per arrivare a soluzioni praticabili senza traumi e senza rischi eccessivi per l’equilibrio, anche psicologico, delle persone più fragili.

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Buon Anno!!!

Liberi di Muoversi augura a tutti…. Buon Anno!!!

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Liberi di muoversi …in passerella

Liberi di muoversi …in passerella

Liberi di muoversi ?  … da oggi anche in passerella e non solo …

L’hotel  Sheraton di Roma   è stato scenario di una suggestiva e particolare passerella “Modelle e rotelle” : una sfilata che ha visto indossatrici disabili  e non .

Ottocento gli spettatori  tra  rappresentanti della fondazione Vertical ,organizzatrice della sfilata, sponsor, istituzioni e personalità illustri del mondo della ricerca e della cultura, che il primo dicembre hanno assistito alla sfilata “unica nel suo genere”ma che ha messo in risalto  un assunto importantissimo :  “la bellezza va considerata secondo diverse prospettive”.

Nel corso della serata sono state  elette anche  le Miss Vertical  una di queste in carrozzina; le vincitrici  hanno ricevuto in premio una minicrociera nel Mediterraneo  a bordo  di una nave MSC: ovviamente le cabine assegnate saranno “cabine accessibili” da persone con ridotta mobilità visto che da anni le navi da crociera MSC  garantiscono agli ospiti disabili  vacanze cinque stelle!

Alla base di un così particolare e , ancor oggi , insolito evento  , il progetto della Fondazione Vertical    cui obiettivo primario  è quello di promuovere campagne di sensibilizzazione   a favore  delle persone disabili, della ricerca scientifica, del volontariato per migliorare la qualità della vita  di tutti.

Liberi di muoversi  -Liberi di essere- Liberi di poter essere- Liberi  di fare!!!

Di Stefania Schiavi

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“Robotica contro l’isolamento”: Mondo digitale e Google per l’integrazione degli alunni disabili

 

Lavoro cooperativo, manuali specifici e robot per agevolare la didattica: un progetto presentato  nell’ambito della II Settimana robotica europea che, fino al 2 dicembre, informa il pubblico sull’impatto che i robot sono destinati ad avere nella società del futuro.

La robotica educativa è lo sviluppo e l’uso di robot a fini didattici, per l’insegnamento e l’apprendimento. Ma tra chi insegna e chi apprende, sono sicuramente gli studenti, nativi digitali, ad essere più avvantaggiati nel riconoscere e nell’utilizzare tecnologie innovative per imparare attraverso fonti e metodi che gli insegnanti più maturi non hanno forse mai conosciuto. Se questo è vero in generale, non lo è per gli insegnanti e dirigenti scolastici innovatori, che utilizzano la tecnologia e ne hanno sperimentato l’applicazione nella didattica, nell’ambito dei progetti promossi dalla Fondazione Mondo Digitale.

Uno di questi è “Robotica contro l’isolamento”, programma didattico realizzato da Mondo Digitale con il sostegno di Google: l’obiettivo è l’integrazione scolastica degli alunni disabili nelle scuole del Centro e del Sud Italia, lo strumento è la robotica interattiva in classe.

Quale il metodo?

Mondo Digitale spiega: “Si prevede l’utilizzo del lavoro cooperativo, secondo la metodologia costruttivista e inclusiva, ovvero “imparare facendo e coinvolgendo” i più deboli che sperimentano soluzioni con i compagni e tutti insieme – coordinati dal docente esperto di robotica educativa – si confrontano, ipotizzano e verificano. Oltre ai manuali specifici (“Bee Bot” per le classi prime della scuola primaria; “WeDo” per le classi seconde e terze della scuola primaria; “Lego Mindstorm” per le classi quarte e quinte della scuola primaria e secondaria di primo grado) la didattica si avvale di veri e propri robot: Bee-bot (ape robot) è un giocattolo-robot progettato per la scuola dell’infanzia e per i primi anni della scuola primaria, che aiuta i bambini a sviluppare la logica, a contare e a muoversi nello spazio; Set di costruzione WeDo per la realizzazione e programmazione di semplici modelli Lego collegati a un computer, che permette di fare esperienze didattiche manuali, trovare soluzioni creative alternative, lavorare in gruppo; Lego Mindstorm, un mattoncino intelligente programmabile e un software di programmazione intuitivo e facile da usare, che stimola la creatività”.

Dall’aula il progetto si estenderà in “comunità robotiche online”, con uno spazio dedicato ai bambini disabili e alle loro famiglie sulla piattaforma phyrtual.org.

 

La prima sperimentazione del progetto, realizzata grazie al sostegno di Google Italia, registra le testimonianze dei docenti coinvolti circa il valore aggiunto apportato dalla robotica nella didattica e nella relazione di gruppo tra compagni: per l’insegnante Daniela De Paoli di Roma, “stimola il ragionamento e le capacità logiche, è importante per un bambino del 2012”; per Rosa Margiotta “grazie ad attività come la robotica i bambini disabili riescono ad apprendere anche solo guardando il compagno.

È importante infatti che anche nel caso in cui non possa svolgere un compito, il bambino disabile possa partecipare alla cultura del compito”. Cinzia Mattioli, psicologa del benessere e insegnante di sostegno di due studenti con disabilità differenti, ha notato che la robotica facilita la socializzazione dei bambini disabili tra i compagni, superando la difficoltà di lavorare in gruppo e sentirsene parte. I ragazzi socializzano, si possono scambiare informazioni di tipo tecnico e scoprire nuove attitudini, come la passione per la tecnologia. Dal sentirsi “fuori dal gruppo” diventano “un traino per gli altri”. Ancora, per più di un docente “con la robotica l’alunno è posto al centro del processo educativo come costruttore del suo apprendimento”.

Il kit didattico è disponibile su: http://www.mondodigitale.org/risorse/pubblicazioni/manuali-corso.

Liberi di Muoversi –Liberi di essere-Liberi di poter essere – Liberi di fare.

Di Stefania Schiavi

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Il sesso è ancora un tabù? Un film prova a raccontarlo

Il sesso è ancora un tabù? Un film prova a raccontarlo

Il sesso è ancora un tabù?… ma soprsttutto lo è   DI PIù SE LE PERSONE COINVOLTE SONO PERSONE  DISABILI?

A RACCONTARLO Trenta persone, disabili e non, che davanti alle telecamere DEL FILM “Sesso, amore e disabilità”, prodotto da Biblioteca Vivente Bologna, hanno deciso di raccontarsi ..

La vita sessuale e affettiva delle persone con disabilità è stata sempre nascosta … celata…quasi come un segreto impronunciabile , come se le persone disabili non potessero provare istinti ,essere presi da  emozioni soddisfare le proprie pulsioni   avere legittime aspirazioni alla felicità .Ancora oggi  quasi 2 milioni di cittadini e cittadine disabili  non possono vivere la propria vita in pienezza e responsabilità a causa di una società ancora bigotta e conformista.

In questi anni, anche grazie alle nuove tecnologie, varie persone si sono impegnate per promuovere un cambiamento in questo campo, ‘mettendoci la propria faccia’: questo film è un modo per sostenerle e unire le forze per una società più giusta”.

Trenta persone, uomini e donne, con e senza disabilità, eterosessuali e omosessuali, di età diverse e con diverse situazioni, hanno accettato di raccontarsi in prima persona davanti a una telecamera. Il film è stato proiettato il 30 ottobre nell’ambito del festival GenderBender “La semplice e intensa narrazione degli intervistati fa del video un media destinato a informare il grande pubblico che non ha frequentazioni particolari con la disabilità e a rappresentare chi invece la vive tutti i giorni, sia in totale solitudine che in una relazione di coppia – racconta Adriano Silanus, regista.

La voce intima e non interpretata dei protagonisti è accompagnata da quella dei loro amici, familiari e partner e da quella di esperti e il video è montato come un collage in cui le interviste sono proposte lungo un percorso che tocca diversi temi, introdotti da brevi riflessioni fuori campo, dall’innamoramento alle difficoltà fisiche, dalla vita di coppia alle possibilità tecnologiche e mediche, dalla maternità agli stereotipi della società”.

Liberi di muoversi –Liberi di essere- Liberi di poter essere- Liberi di fare-

Stefani a Schiavi

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Convegno: “Amare ed essere amati: un diritto di tutti”

ConvegnoNell’ambito delle iniziative organizzate in occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità 2012, la Consulta per le Persone in Difficoltà Onlus, l’Associazione Diritti Negati e il Centro Servizi V.S.S.P. del Comune di Torino hanno deciso di dedicare il 3 dicembre, data in cui cade la ricorrenza, al tema: “Amare ed essere amati: un diritto di tutti”.
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Chi non è diverso? #liberidimuoversi

Il post di seguito è stato gentilmente scritto per Liberi di Muoversi da Rudy Bandiera. Rudy è giornalista, professionista dell’ IT, consulente in ambito Web e docente, nonchè notissimo blogger . Ha sposato con entusiasmo la nostra causa e noi siamo davvero orgogliosi di ospitarlo qui.

Sono stato gentilmente invitato a scrivere un guest post su questo sito, sul sito di questi ragazzi che hanno pensato che la tecnologia potesse aiutare i disabili a vivere una vita normale.

E proprio sulla parola normale voglio fare girare questo mio post.

Cosa vuol dire normale? L’aggettivo sta ad indicare la mancanza di fattori eccezionali, una sorta di vicinanza alla media. Va da se che essere perfettamente in media, perfettamente normali, è del tutto anormale.

Per capirci, quando le previsioni del tempo dicono “temperature sopra/sotto la media” è del tutto ovvio che sia così, visto che la media è data dai picchi, dalle diversità.

In pratica, paradossalmente, essere in media, essere normale, non è normale.

Parto proprio da questo concetto, il quale è stato sviluppato da Irene in questo post:

“Io sono disabile ed ho perciò alcune minorazioni che non mi permettono di svolgere determinate attività ma, purtroppo per me, non ho nessuna abilità differente: non sono un genio, non suono, non sono una campionessa paralimpica, sono una che ha sempre pensato del proprio rendimento scolastico “senza lode e senza infamia”.

Sono una normalissima persona con una vita regolare: amici, lavoro, viaggi, impegni e qualche difficoltà in più a svolgere le attività quotidiane.

E mi viene l’orticaria se qualcuno mi definisce diversamente abile perché vorrei dirgli…”A far che???”. Sarebbe come dire a un malato di tumore o di diabete che è diversamente sano.”

Questo breve e meraviglioso passaggio è il punto, il fulcro dove gira una buona parte della nostra educazione, della nostra cultura e della nostra società.

Noi tendiamo a cambiare i nomi delle cose quando questi nomi iniziano ad essere fastidiosi, quando iniziano ad avere un’accezione negativa. Quando non ci sembrano più “normali”.

Da questo semplice concetto nasce il razzismo: non è la parola in se ad essere cattiva ma l’accezione che alla parola viene data. Se riferendomi ad un caucasico dico “bianco” come mai no posso riferirmi ad un africano dicendo “nero” ma devo utilizzare “di colore”? La parola nero, da sola, non è dispregiativa, quindi come mai?

Perché se ad una persona in sedia a rotelle dico “disabile” mi devo sentire un razzista? La disabilità è una diversità rispetto alla media, ma se abbiamo detto che l’aberrazione vera è la media e quindi la normalità, che cosa c’è di strano a non rientrare nella media?

Usain Bolt corre i 100 metri in poco più di 9 secondi e mezzo. Non è normale nemmeno lui.

Quello che dobbiamo iniziare a capire è che la diversità è la norma, che la diversità NON è male e che la diversità è un collante accrescente che fa bene a tutti.

Se il disabile in sedia a rotelle di cui sopra può frequentare i locali che frequento io normodotato, può salire e scendere dai mezzi pubblici come me, può prendere il treno o il taxi agevolmente allora noi consentiamo a questa persona di vivere una “vita normale” pur essendo disabile.

Questa è la civiltà. Fare si che tutti noi, con le nostre mille diversità, si possa vivere una vita normale.

Rudy Bandiera

www.rudybandiera.com

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