Intervista a Martina Caironi

Martina Caironi - Paralimpiali Londra 20122 Novembre 2007: un’auto pirata travolge la moto di Martina Caironi. Martina sopravvive ma subisce l’amputazione alto-femorale della gamba sinistra. In questa intervista, l’atleta bergamasca ci racconta come ha trovato la forza di ricominciare dopo l’incidente e come è arrivata a vincere l’oro nei 100 metri T42 alle Paralimpiadi di Londra 2012. 

 

Martina, ripensi mai al giorno dell’incidente?

Ormai mi capita raramente di ripensare a quel giorno, magari mi succede in occasione degli anniversari del mio incidente o quando vedo per strada quelli che guidano come pazzi.

Come e dove hai trovato la forza di ricominciare?

La forza l’ho trovata dentro di me, grazie alle persone che mi sono state accanto (i miei, i miei amici…) e mi han fatto sentire il loro amore, il loro affetto. In quei momenti non sentirsi soli è fondamentale. Come lo è capire che non è un pezzo in meno del tuo corpo a renderti meno importante o bella, e che, se ci pensi un attimo, una volta guarita, è lo spirito, l’umorismo, il sorriso che ti permettono di star bene.

Quanto ti ha aiutata la passione per lo sport dopo l’incidente?

La passione per lo sport che non era l’atletica è stata prima una pugnalata al cuore, poi una rampa di lancio. Inizialmente non riuscivo ad accettare con serenità di non poter più fare pallavolo, mi mancava e non riuscivo ad andare a vedere le partite delle mie ex compagne; avrei tanto voluto riprendermi la mia agilità ma non potevo. Poi ho scoperto che avrei potuto riprendermi un altro tipo di abilità, con uno strumento, con una protesi. Pian piano mi son cimentata nella corsa e dopo un anno mi è nata quella passione che mi ha portata fin qui.

Che cosa ti ha spinta a provare a correre?

Mi ha spinta il desiderio di provare a misurarmi con qualcosa di nuovo, la curiosità di conoscere un territorio così inesplorato, la voglia di sudare e sentire il vento in faccia che rinfresca, la necessità di sentirmi ancora capace di qualcosa di così importante come la corsa, che impari già da quando sei così piccolo.

Chi sono Berta e Cheeta? Due nomi curiosi, tra l’altro….

Sono le mie due protesi, la prima è quella per camminare, simpaticamente rinominata dalle mie amiche il primo anno che ne ho avuta una, così, per sdrammatizzare e farsela “amica”. Cheeta è un nome che ho preso dalle protesi di Pistorius, in quanto si chiamano proprio così nel termine tecnico (letteralmente si tratta di una specie di ghepardo che va velocissimo appunto), ma dato che ne sto cambiando una dietro l’altra non saprei più come chiamarla… ci penserò…

Che cosa hai provato la prima volta che le ha indossate?

La prima volta che ho provato quella per camminare mi son sentita sospesa, come in balìa di un qualcosa di cui avrei dovuto imparare a fidarmi, poi dopo poco già la cosa funzionava.

Con quella da corsa la questione era più tosta perchè non solo dovevo fidarmi di un ginocchio e di un piede diversi, ma dovevo imparare a farlo ad “alta” velocità, dove uno sbaglio ti fa cadere praticamente subito.

Berta e Cheeta ti hanno portata alle Paralimpiadi. Quanto è stato difficile il cammino?

Il cammino è stato sì difficile ma anche piacevole ora che ci ripenso, perché ho alternato nella mia vita varie attività che mi hanno fatto sentire meno il “peso” di avere una disabilità, anzi diciamo che ho integrato questa mia nuova condizione nella mia vita a tal punto da rendere tutto naturale. La prima fase è infatti l’accettazione, e appena l’ho capito ho cercato di lavorarci sopra. La mia gamba non me l’avrebbe restituita mai nessuno quindi l’unica cosa da fare era costruire sopra quello “rimasto”, e comunque con tutte le tecnologie di cui ho potuto usufruire e di cui usufruirò in futuro devo dire di potermi assolutamente lamentare.

E lungo questo percorso, ti sei mai sentita discriminata o vittima di pregiudizi?

Ho avuto gli occhi addosso in varie occasioni, ho sentito i mormorii di chi diceva “guarda quella” o cose così, ma dopo i primi tempi mi son fatta forza e ho imparato a sorridere di fronte a chi non vuole vedere la PERSONA ma il DISABILE, non sanno cosa si perdono. Nella diversità c’è la ricchezza.

Le sensazioni prima e dopo la vittoria nei 100 metri

Prima della gara ero emozionata, molto tesa ma molto concentrata, pensavo “ora o mai più “, era quella la mia gara, la più attesa e desiderata. Una volta tagliato il traguardo dentro di me son esplose tutte le sensazioni che avevo trattenuto e sognato per mesi. Mi son sentita appagata, realizzata, finalmente! Liberata dall’ansia, dall’attesa e soprattutto non capivo più nulla lì in quello stadio che urlava per me, con tutti i fotografi, chi mi voleva intervistare, poi i baci, gli abbracci, le mille foto, i commenti a caldo che han fatto sorridere per la mancanza di filtro.. e infine la premiazione con l’inno di Mameli davanti al mondo intero, sul gradino più alto del podio. Da rifare.

Il ricordo più bello del Villaggio Olimpico

L’ultima sera, quando mi sentivo parte di quel mondo, circondata da amici, e con un’esperienza che aveva arricchito la mia vita più che mai, tra l’altro avevo una medaglia da portare a casa, da mostrare a tutti, la medaglia più splendente. L’ultima sera un po’ nostalgica ma felice, ballando con ragazzi di tutto il mondo dentro al “globe” che c’era nel villaggio olimpico, dandoci appuntamento alla prossima, scambiandoci regali e sorrisi, abbracci. Tutti più rilassati e con la stessa voglia di conoscersi e non perdersi.

Come è cambiata la tua vita dopo Londra?

Beh a livello personale e intimo è cambiata un po’ la prospettiva nei confronti dello sport che ora vedo più “seriamente”, poi è cambiata anche la mia notorietà perché esser riconosciuta per strada non mi era mai successo.. e tante persone che mi cercano per diffondere la mia testimonianza in scuole, convegni, riunioni..etc.. insomma con un oro al collo la gente ti ascolta di più, è la verità.

Sport agonistico e università… ti rimane del tempo libero?

Il tempo libero me lo prendo perché credo che sia fondamentale per non impazzire, quindi cerco di equilibrare le uscite con tutto il resto. A volte mi dimentico di dormire, altre invece faccio delle dormite da poppante!

I tuoi prossimi obiettivi personali e professionali

L’obiettivo personale è quello di trovare la mia strada, di finire l’università (mediazione linguistica e culturale, statale di Milano) entro un periodo non troppo esteso e continuare con lo sport, con le iniziative che ne derivano. Mi sto facendo “ambasciatrice” in qualche modo di quello che è lo sport paralimpico, ne sto parlando il più possibile perché credo che sia dalla conoscenza che parte tutto.

Un tuo messaggio alle persone con disabilità

Cercate le vostre abilità e non abbiate paura di valorizzarle; provate con lo sport, perché ormai è diventata una cosa normale per tutti. Muoversi e sperimentare nuove situazioni aiuta, secondo me, sia a livello fisico che psicologico e poi una cosa tira l’altra… provate la prima ciliegia!

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2 risposte a Intervista a Martina Caironi

  1. Nita ha detto:

    La capacità di reagire alla disperazione e di ricominciare a vivere dopo una tragedia, puntando sulle proprie risorse, non solo può farci riflettere sul valore delle nostre vite, ma deve costituire un importante insegnamento, un esempio, uno stimolo per ciascuno di noi.
    Mi auguro di poter vivere, un giorno, in un mondo in cui chi ha pregiudizi impari a far fruttare le proprie – seppur limitate – abilità, piuttosto che continuare a sprecare la vita a causa della propria disabilità intellettiva.
    Brava Martina! Grazie Silvia

  2. Sora ha detto:

    Storie come questa devono essere di insegnamento a tutti, per dare il giusto peso alle cose importanti della vita e per apprezzare meglio ciò che abbiamo. Ammiro il coraggio e la forza d’animo di questa persona che ha affrontato il suo dolore con forza e dignità, riuscendo ad andare avanti!

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