DiversamenteAbile a chi ?!!

Diàbile agg. e s. m. e f. [comp. di dis-1 e abile, esemplato sull’ingl. disable]. – Termine in uso nel linguaggio burocratico, sociologico e anche medico, riferito a soggetti che abbiano qualche minorazione fisica o anche psichica di grado relativamente non grave; sinonimo talora di handicappato. [treccani.it]

Lunedì 1 Ottobre  stavo distrattamente ascoltando il programma di Fazio “Che tempo che fa”, quando ad un certo punto viene presentato in pompa magna Roberto Saviano. Se devo dirla tutta, Gomorra a parte, a me Saviano non sta simpaticissimo, quindi la mia attenzione è scesa ancora di più fino a quando il giornalista e scrittore inizia il suo intervento parlando dello spreco di risorse nella regione Lazio, con il contemporaneo taglio ai fondi per il sociale.

Capisco subito quale sarà l’argomento ed  allora appoggio il libro e mi dico “Ascoltiamo cos’ha da dire sul tema della disabilità”. E così sento la frase che mi fa saltare sul letto…”Crediamo che la definizione differentemente abile sia sinonimo di handicappato ed invece vuol proprio dire portatore di abilità differenti che il normodotato non ha.” E poi Saviano presenta come esempio gli atleti paralimpici ed il pianista Michael Petrucciani.

Risultato: pubblico in tripudio, Irene incavolata nera.

Perché a me è apparso proprio l’intervento buonista di chi si vuole tirare il successo del pubblico senza però sapere minimamente di cosa parla.

Ed ecco che torno alla definizione che ho copiato in alto: dis-abile uguale soggetto con qualche minorazione, non soggetto con abilità differente.

Io sono disabile ed ho perciò alcune minorazioni che non mi permettono di svolgere determinate attività ma, purtroppo per me, non ho nessuna abilità differente: non sono un genio, non suono, non sono una campionessa paralimpica, sono una che ha sempre pensato del proprio rendimento scolastico “senza lode e senza infamia”.

Sono una normalissima persona con una vita regolare: amici, lavoro, viaggi, impegni e qualche difficoltà in più a svolgere le attività quotidiane.

E mi viene l’orticaria se qualcuno mi definisce diversamente abile perché vorrei dirgli…”A far che???”. Sarebbe come dire a un malato di tumore o di diabete che è diversamente sano.

Mi dà l’idea, non nel caso di Saviano, che questo neologismo sia un modo per far sentire le persone normodotate più in pace con se stesse, possono infatti dire: “Questi poverini hanno abilità differenti!”. Bene…quando le trovo le mie vi avverto!

Nel frattempo continuo a lottare affinchè il mondo dei normodotati mi renda la vita un attimo più semplice eliminando o riducendo le barriere:  lasciandomi il parcheggio libero, costruendo più ascensori e bagni attrezzati, dandomi la possibilità di fare più ore di fisioterapia. Questo sarà il modo per rendermi uguale agli altri, perché io non voglio avere abilità differenti o superiori, ma solo condurre un’esistenza tranquilla.

Irene Ghezzi

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7 risposte a DiversamenteAbile a chi ?!!

  1. Stefania Schiavi ha detto:

    Cara Irene, sono perfettamente d’accordo … per diversi anni ho insegnato ai bambini “diversamente abili”,cercando di sviluppare le “diverse abilità”, i sensi vicarianti…come si usa dire in gergo …ma quali sono poi, queste “diverse abilità?”, magari sarebbe più giusto dire che le stesse abilità dei normodotati devono potersi sviluppare in modo diverso … non si può certo credere che un paraplegico al posto di camminare possa “volare”!!!
    Sapessi quante volte mi son chiesta cosa ci possa essere di “vicariante ” nel tatto per un ragazzo cieco … non sarà mai come “vedere”, non saprà mai cosa significhi “godere di un panorama, dei colori dell’alba al mattino , del sole al tramonto del luccichio magico delle stelle…
    Forse però,tra quanti condividono una tale e beffarda sorte , una “diversa abilità” c’è…
    …sicuramente la capacità di lottare per affermare se stessi e per ottenere un minimo di rispetto per la propria condizione ,in una società che spesso sa solo vestirsi di falso buonismo e che utilizza tematiche del genere solo per fare odience !

  2. gingeryne ha detto:

    Ho scritto un tweet, ieri. Prima di leggere l’articolo di Irene, super bello. In realtà il mio tweet riportava semplicemente le parole dell’Assessore intervenuto alla Conferenza Stampa del nostro Evento #sdbawards, che si terrà a Parma a partire da domani 12 ottobre.
    L’ho riletto, e complice la pubblicazione su Facebook, ci ho pensato su. Irene è una mia amica, oltre ad essere una collega, con lei mi sono trovata a parlare di un sacco di cose, dalle scarpe ai ragazzi, e a volte con un divertimento maggiore rispetto ad altre mie amiche storiche.
    Ho twittato così: #liberidimuoversi Il Comune di Parma ha aggiunto un piano alla scuola #LaSalle permettendo a 20 bambini disabili di studiare…

    Io e Irene siamo diverse…io ho i capelli lunghi, biondi, lei li porta corti castani e con i riflessi chiari. Lavoriamo su progetti diversi, ma a pranzo ci confrontiamo spesso sulle nostre attività. Senza esagerare, lei viaggia molto più di me, che sono una parmigiana sedentaria.
    Scrivere il mio tweet prima di leggere il suo articolo mi ha fatto riflettere su un termine, disabile, e sul concetto di genere. Costruire un piano in una scuola elementare per far studiare bambini disabili. Si potrebbe tranquillamente eliminare il genere e passare semplicemente al fatto e al numero, 20 bambini che dovranno affrontare le loro difficoltà per andare a scuola. Studiare. Come tutti gli altri bambini, chi non ha problemi, anche soltanto psicologici, latenti, dovuti magari a situazioni familiari difficili?
    Ripensare il vocabolario italiano è una mission impossible, ma ripensare alle cose che si dicono e si fanno è nostro preciso dovere di esseri umani e civili.
    Grazie, Ire, alla prossima!!

  3. Carmine Rizzo ha detto:

    22 gennaio 2009

    Carmine Rizzo scrive alla ministra Gelmini

    Lettera aperta di un operatore del campo della disabilità al Ministro della Pubblica Istruzione

    di Carmine Rizzo

    Non è certo con operazioni di “cosmesi comunicativa”, come l’uso del termine “diversamente abile”, che si dimostra la volontà di risolvere effettivamente i problemi degli studenti universitari con disabilità: questi hanno invece bisogno di servizi, di investimenti e di una nuova cultura. Lo scrive al ministro della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini un operatore che lavora da tempo nel campo dei servizi universitari di supporto agli stessi studenti universitari con disabilità

    Sono un operatore che lavora da anni nel campo della disabilità e in particolare nell’ambito dei servizi universitari di supporto agli studenti universitari con disabilità.
    Le scrivo – onorevole Gelmini – sollecitato dalla lettura del Decreto Ministeriale da lei firmato il 28 agosto 2008 (protocollo n. 159/08) – Criteri ripartizione stanziamento per interventi studenti diversamenti abili anno 2008 – in cui campeggia appunto l’espressione “studenti diversamente abili”, sulla quale vorrei proporre alcune brevi considerazioni.

    Mi permetta di partire da una frase illuminante dello scrittore Giuseppe Pontiggia, apposta come dedica al suo bel libro Nati due volte: «A tutte le persone disabili che lottano, non per diventare uguali agli altri, ma se stessi».
    Questa dedica ci interpella tutti, nessuno escluso. In nessun settore della vita, infatti, le parole sono chiacchiere, tanto meno nell’ambito del sistema formativo formale (quello di Sua competenza come Ministro): nella correzione dei temi, ad esempio, contano perfino gli accenti e gli apostrofi, si immagini quindi il peso specifico delle parole!
    La mia non vuole essere, per altro, una mera disputa lessicografica o semantica; nell’uso di certi termini, infatti, sono in ballo questioni assai più profonde, che concernono il rispetto vero delle persone, delle loro storie di vita e della loro condizione esistenziale.

    L’espressione “studenti diversamente abili” è sempre più diffusa nel mondo dell’informazione e della politica, ma moltissimi fra i più competenti, preparati e appassionati operatori italiani nell’area delle disabilità hanno eccepito vigorosamente su di essa.
    Le riporto alcuni esempi. La teologa Adriana Zarri scrive che questa «ridicola e ipocrita definizione rappresenta il colmo dell’imbarbarimento e, in fondo, dimostra una mancata accettazione di uno stato di difficoltà»; Andrea Pancaldi, tecnico che collabora con il Comune di Bologna, parla di termine «carico di ambiguità»; il giornalista Franco Bomprezzi [nostro direttore responsabile, N.d.R.] denuncia una «deriva linguistica che, nell’enfatizzare le capacità di alcuni, ignora le persone con maggiori difficoltà».
    Carlo Giacobini, infine [nostro direttore editoriale, N.d.R.], descrive il “neologismo” con acuta ironia come «un ansiolitico linguistico, utile al massimo a mettere in pace la coscienza di coloro che non si sono mai fatti carico sino in fondo di questi problemi».

    Il ministro della Pubblica Istruzione Mariastella GelminiPersonalmente ritengo che si tratti di un tentativo maldestro di “sdoganare” le disabilità, rimuovendo (o se si preferisce camuffando) le difficoltà reali che assillano giorno per giorno gli studenti universitari con disabilità.
    Invece di lottare per affermare nella prassi quotidiana il diritto all’uguaglianza di opportunità, si inseguono goffamente modelli efficientisti ed estetici.
    Qualcuno potrebbe obiettare che l’espressione mira a valorizzare le abilità residue (quando ci sono), il che è sicuramente doveroso, ma ha come indispensabile presupposto il riconoscimento leale e oggettivo delle limitazioni delle attività, non la loro rimozione attraverso operazioni di “cosmesi comunicativa”.

    In realtà, l’inserimento e l’inclusione sono possibili, da una parte mediante provvedimenti amministrativi che favoriscano i progetti di vita indipendente di ciascuno (e quindi mettendo in campo investimenti); dall’altra, attraverso processi culturali di accettazione lunghi e complessi, che non solo non passano attraverso la proposta di nuove e ambigue definizioni, ma possono addirittura essere da esse ostacolati.
    Gli studenti universitari con disabilità hanno bisogno di servizi e non di questi biglietti da visita ingenui, e anche fuorvianti.
    Vale infine la pena ricordare anche che il termine “diversamente abile” non ha alcun rigore scientifico, né alcuna valenza sul piano legislativo ed è intraducibile in altre lingue.
    L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che il 22 maggio 2001 ha approvato la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute (ICF), suggerisce di usare il termine “persone disabili” o “persone con disabilità”.

    Mi auguro, Signor Ministro, che non voglia liquidare questa mia lettera come un semplice esercizio di pedanteria e puntigliosità semantica, ma intenderla come un piccolo contributo sulla strada da percorrere per la piena promozione dei diritti di cittadinanza delle persone con disabilità e per la creazione delle condizioni perché possano essere se stesse e non quello che noi vogliamo che siano. E allora mi creda, Signor Ministro, tutti noi saremo più autenticamente noi stessi.

  4. eneri83 ha detto:

    Con piacere vedo che non sono l’unica a pensare che “diversamente abile” sia solo una scorciatoia linguistica. E rilancio polemicamente…chissà perchè questa definizione è così poco apprezzata dalle persone con handicap e così utilizzata dai normodotati…

  5. millybimbieviaggi ha detto:

    Oh, grazie Irene!
    Oggi sembra che la parola “disabile” sia offensiva ma io non ho mai sopportato l’espressione “diversamente abile” proprio perchè mi sembra un modo ipocrita e buonista per alleggerirsi la coscienza!
    Se tu mi dai l’ok io ricomincio a dire “disabile”” ;-)
    milly

  6. Questo è un post MERAVIGLIOSO che avrei voluto scrivere io. Da sempre dico che “diversamente abile” è una presa in giro, una facciata di buonismo. Una forma di patetico razzismo. Bel bel bel post, che condiviso. Grazie.

  7. Patrizia Habarta ha detto:

    Questo bellissimo articolo mi fa venire in mente un bel commento alla definizione fornito dal Corriere della Sera (Dizionario, si dice o non si dice?), che avevo letto tempo fa: “Il contrario di abile è inabile, cioè “incapace”. Quando l’incapacità deriva da limitazioni fisiche abbiamo disabile. C’è chi dice diversamente abile, ritenendo che dis-abile crei una dis-criminazione. E questo secondo l’etimologia, dal tardo latino discriminatio, vorrebbe dire distinzione, separazione, e peggio ancora, esclusione. Ma siamo sicuri che l’eufemismo diversamente abile sia più rispettoso che non l’onesto disabile, verso chi dolorosamente porta una sua disabilità?”.

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